L’attività motoria come strategia efficace per fronteggiare lo stress da pandemia

Il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, ha da tempo attivato un monitoraggio dello stress sulla popolazione italiana e la più recente rilevazione dello “stressometro nazionale” indica che la condizione di stress degli italiani ha ormai ampiamente superato il 70esimo percentile. In questa fase di emergenza Covid è un dato a cui fare ancor più attenzione.
Se è ormai ben noto quanto una attività  motoria contribuisca al nostro benessere psico-fisico, in questo periodo in cui si aggiunge il fatto che le palestre sono chiuse ed i nostri ragazzi non possono andare a scuola, diventa ancor più importante sottolinearne i benefici. La pratica dell’attività motoria e sportiva incide infatti significativamente sul nostro stato di salute e benessere, promuovendo la fiducia, la consapevolezza e la percezione positiva di sé. Questi tre elementi sono sempre rilevanti, ma in un momento così difficile per tutti noi, diventano di peculiare importanza anche sociale.
Le limitazioni derivanti dall’emergenza Covid stanno infatti colpendo particolarmente lo sviluppo dei giovanissimi, è proprio nell’età evolutiva che si è osservata, durante la prima ondata del virus, una condizione di rallentamento della maturazione psico-affettiva, una sensazione di disorientamento ed un rallentamento nella capacità di sviluppare abilità specifiche che i più giovani apprendono all’interno dei contesti educativi che frequentano (scuola e sport).
Non ci stancheremo mai di ricordare come bastino davvero solo 20 minuti di esercizio fisico aerobico al giorno per migliorare lattività cerebrale generale utile ad incrementare in maniera evidente le prestazioni cognitive in ambito scolastico, formativo, professionale.
Lo Sport, concorre inoltre allo sviluppo e al consolidamento delle competenze di cittadinanza e costituzione, insegnando a riconoscere e rispettare le regole, a sviluppare quelle competenze relazionali e sociali che si rivelano particolarmente preziose in questo periodo di forte emergenza sociale e di pressione psicologica. Come la scuola infatti, lo sport si offre come luogo privilegiato di inclusione e valorizzazione delle risorse individuali. Attraverso la pratica sportiva noi apprendiamo anche a sviluppare e monitorare la relazione che c’è tra pensiero, emozioni e comportamenti, permettendoci di promuovere quelle competenze utili affrontare e a reagire positivamente e con determinazione alle difficolta che  dovremo sopportare.
Indipendentemente dalla nostra età, all’attività motoria e sportiva si riconoscono  davvero molti benefici psicofisici. Basti solo pensare a come l’attività fisica abbia  un impatto decisamente positivo sull’autostima che si riflette a livello psicosomatico, favorendo un miglioramento di condizioni patologiche quali  ad esempio lipertensione, losteoporosi, il diabete e i disturbi dellumore. Permette di arrivare ad una situazione psicofisica che favorisce una diminuzione nell’assunzione di farmaci, anche in situazioni di disturbi cronici o psicologici. La letteratura scientifica ha ormai chiarito da tempo come ad esempio una pratica quotidiana di una qualsiasi attività aerobica, abbia un effetto rilevante sul sistema endocrino producendo di fatto un effetto serotoninergico che si rivela un potente antidepressivo naturale.
E’ poi esperienza di tutti come anche con una sola seduta di attività fisica aerobica si assista ad una netta riduzione dell’ansia di stato di tipo somatico e ad una diminuzione della tensione neuromuscolare.
Permanendo questo effetto fino a 6 ore dopo la conclusione dell’attività motoria,  è facile intuire come una pratica quotidiana aiuti a contrastare la cronicizzazione dei disturbi dansia.
Fare attività motoria con costanza permette inoltre di renderci consapevoli e visibili anche dei più piccoli miglioramenti, creando così un meccanismo di rinforzo motivazionale che incrementa il senso di autonomia e autostima.
Vorrei infine ricordare come il ballo e la danza siano di fatto un’attività motoria ai cui benefici possiamo associare anche quelli offerti dalla musica.
Non è possibile ora elencare qui quante scoperte sono state fatte da medici e psicologi in questi ultimi 70 anni sui benefici della musica, ci basti solo ricordare che la musica viene oggi adottata in medicina e in psicologia con i bambini e sempre più spesso con gli anziani, per acquisire e mantenete ad esempio delle abilità psicomotorie o intellettive, per facilitare l’espressività e le relazioni interpersonali incoraggiando per l’appunto l’uso del corpo e di un linguaggio non verbale ma anche per migliorare le capacità di apprendimento e di intuizione.
Sembra insomma riecheggiare sempre più frequentemente in questi mesi, il monito di Einstein, che ci ricordava che “la vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti.”

Pubblicato su costruttivamente.it

Verso un’ecologia della mente

Gregory Bateson, è stato uno avanti, avantissimo, un ‘precursore trasversale’ col dono raro di saper seminare tantissimo, e non solo intelligenza o innovative riflessioni. Bateson sapeva scrivere e ragionare con rigore da antropologo, sociologo, psicologo, filosofo, cibernetico o da papà impegnato in deliziosi metaloghi con la figlia. Ed infatti diventò ben presto una figura di culto in campo scientifico, con una produzione di saggi che spaziano dalla genetica alla fisica, biologia, psicologia, psichiatria, alle teorie del linguaggio e dell’apprendimento, dalla comunicazione alla pedagogia, dall’epistemologia alla sociologia.

In Ecologia della mente, forse il più studiato fra i suoi libri, troviamo molti dei suoi interessi, incluso l’invito ad adottare una ‘mente ecologica’ e a fare attenzione a quali occhiali teorici ed epistemologici stiamo utilizzando anche nel leggerlo.

Bateson (come Bertalanffy e Piaget per dire), postula l’impossibilità di prescindere da un discorso sull’epistemologia; e come Magritte ci ricordava che ‘questa non è una pipa’, Bateson ci ricorda che in un ottica dei sistemi, non possiamo illuderci e non far riferimento all’osservatore, perché ‘tutto ciò che è detto è detto da un osservatore’. Diviene allora necessaria la ricerca di un pensiero narrativo che permetta, meglio di altri, di favorire una comprensione più ampia e globale del mondo e dei processi viventi. I comportamenti e la comunicazione non possono certo essere compresi attraverso un dualismo oppositivo di tipo cartesiano che separa mente e materia, cognizione ed emozione, natura e cultura, organismo e ambiente.

Confesso che quando incontrai il pensare a più livelli di Bateson, mi entusiasmai come un giovane esploratore di fronte alla scoperta di un nuovo affascinante territorio. Ma non fu subito una facilissima lettura, (o almeno così ricordo la prima volta che da studente lo affrontai), ma capii ben presto il perchè: Ecologia della mente è un libro così affascinante che ti fa venire voglia di divorarlo velocemente, ma il suo essere altrettanto impegnativo nel suo essere creativamente rigoroso, non ti permette però di saltare pagine o di fingere di aver compreso tutto e andare avanti lo stesso.. Capisci sin da subito che non ci riuscirai, che non ne vale la pena. Ti inchioda al dover stare attento ed a stare anche attento a come pensi di essere attento.

Bateson nelle diverse parti del libro ti fa saltare dalla guerra fredda, alla teoria sull’alcolismo, dalle teorie dei giochi alla schizofrenia, dalla schismogenesi e agli abitanti di Bali, ai processi di comunicazione e ai vari livelli di apprendimento. Lui riesce pur tuttavia a tenere tutto assieme, incastrandoti con quella ‘magia’ rara che fa sì che più leggi e più vorresti imparare, più stai attento e più vorresti capirne, e anche se non ti è mai interessata troppo l’antropologia, avresti comunque voluto essere stato con lui a Bali e riempirlo di domande.

Credo che uno dei grandi meriti di Bateson risieda nel fatto che questo non è un libro in cui trovare risposte, se son queste che cerchi, bensì un libro che invita ad interrogarci su quanto buone o pertinenti sono le nostre domande.

E lui non a caso, ci infarcisce i suoi stessi libri di domande; domande che di primo acchito ci sorprendono, apparendoci pure strane o bizzarre, ma che in verità ci aiutano a riflettere su come siamo abituati a pensare, obbligandoci ad allargare seduta stante il campo percettivo e l’orizzonte dei nostri ragionamenti.

“Quale struttura connette il granchio con laragosta, lorchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con lameba da una parte e con lo schizofrenico dallaltra?”

“Una certa mamma, quando il suo bambino ha mangiato gli spinaci, lo premia di solito con un gelato. Di quali ulteriori informazioni avreste bisogno per essere in grado di predire se il bambino: a) giungerà ad amare o a odiare gli spinaci; b) ad amare o a odiare il gelato; c) ad amare o a odiare la mamma?”

In Ecologia della mente, in posizione super-ordinata al testo, troviamo una proposta di ‘paradigma epistemologico’ che sarà seminale in seguito e non solo in Accademia. Se dagli anno ’70 si è iniziato a confrontarsi ed a lavorare su un concetto di scienza ‘connettiva’ in virtù della quale poter leggere una gamma molto ampia di fenomeni e apparentemente assai diversi l’uno dall’altro quali quelli biologici e mentali, molto lo dobbiamo indubbiamente a Bateson.

Gregory Bateson è stato un rigorosissimo libero pensatore, al quale essere culturalmente riconoscenti, grati anche del suo ricordarci come pure l’apparenza (o il suo contrario) risiedono negli occhiali teorici con cui si studia la vita.

Gregory Bateson (1904-1980) – Antropologo, sociologo, cibernetico, è stato uno dei più importanti studiosi di questo secolo, teorico oppositore dei riduzionismi scientifici, provò a reintrodurre il concetto di “mente” allinterno della riflessione scientifica, ci insegnò il concetto di doppio legame e fu ispiratore di nuovi approcci in psicoterapia, dal MRI di Weakland, diJackson, Watzlavick a molte scuole di terapia familiare (in Italia in primis forse la scuola di Palazzoli a Milano). Con W.McCulloch, R.Ashby, Heinz Von Foerster, N.Wiener, Gordon Pask, contribuì alla fondazione ed allo sviluppo della scienza cibernetica.

Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità

(a cura di) Elisabetta Ruspini, FrancoAngeli, 2009

Un breve estratto del VI capitolo:

Coito ergo sum. La sessualità come terreno di conferma identitaria del maschile, di M.Inghilleri e N.Gasparini

1. Introduzione

Nel corso di questi ultimi anni, nel nostro lavoro di psicologi clinici abbiamo registrato un aumento considerevole della domanda di psicoterapia soprattutto da parte di persone di sesso maschile. Incremento a cui per altro è corrisposto un cambiamento delle problematiche riferite. Se generalmente a portare un uomo nello studio di uno psicoterapeuta − evento decisamente più raro, rispetto alla controparte femminile − era un qualche disagio molto specifico, di carattere quasi prettamente sessuale, come ad esempio la disfunzionalità della funzione erettile, il calo del desiderio, l’eiaculazione precoce e così via, ora si presentano invece uomini che il regista Almodovar non esiterebbe a definire sull’«orlo di una crisi di nervi». Le difficoltà che vengono portate allo psicoterapeuta, cioè, si manifestano sempre più come significativamente caratterizzate da temi molto ampi e generali, che investono l’identità nella globalità dei suoi processi di costruzione, e che mettono in risalto un profondo senso di inadeguatezza relativamente ai propri ruoli maschili e all’espressione della propria mascolinità.

Gli uomini che abbiamo incontrato nel corso di psicoterapie talvolta anche lunghe e difficili, sono stati uomini non solo giunti nel nostro studio perché preoccupati da una virilità messa in discussione nel rendimento delle loro performance sessuali, o dalla solitudine provata per l’incapacità di vivere relazioni affettive significative e stabili. Piuttosto, sono uomini che cercano sempre più di riattribuire senso e significato ad una mascolinità percepita come espulsa dal mondo; uomini che hanno tentato di riparare al disagio attraverso mille tentate soluzioni, mille auto-terapie, che risultando inefficaci si sono rivelate generative di un senso di maggior smarrimento e disorientamento.

C’è un film, Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, che rappresenta abbastanza bene la condizione del maschio postmoderno, perso in un mondo senza storia[1], e imprigionato tra la routine impiegatizia, «l’arredomania» e le palestre. Il protagonista impersonato da Edward Norton, consulente di una grande assicurazione, è il prototipo dello yuppie frustrato dalla vita contemporanea. Insonne, ansioso, ipocondriaco, stordito dal jet lag, trova un’apparente calma solo frequentando gruppi d’ascolto. Egli rappresenta il maschio postmoderno che ha perso il suo ruolo di cacciatore-raccoglitore (inteso come scontro e incontro con la natura), come si dice espressamente in un monologo del film, e che, incapace di reinventare la propria mascolinità e riposizionarsi in sintonia ai cambiamenti sociali, dà luogo a vere e proprie condotte devianti e autodistruttive.

Tuttavia, questo film coglie solo alcune delle diverse modalità attraverso cui l’uomo esprime il proprio disagio rispetto a un mondo in cui il maschile non è più funzionale al mantenimento dell’ordine sociale. Dove il maschile è percepito come aggressivo, violento e va quindi controllato, espulso, addomesticato o rieducato, regressivamente, ai valori tradizionali per contrastare in qualche modo la spinta ad un cambiamento culturale antiautoritario di cui le donne sono sempre state inconsapevoli custodi (Bookchin 1982).

Altre forme di risposta al disadattamento maschile prevedono, ad esempio, la restaurazione di una cultura revanscista dell’ordine patriarcale. Come mette in evidenza Marco Deriu (2004), nel mondo occidentale sono nati movimenti di uomini che si pongono come obiettivo specifico quello di una ricostruzione o ridefinizione delle forme di maschilità e paternità in una prospettiva nostalgica. Quando queste soluzioni sono vissute come inadeguate o anacronistiche, perché troppo distanti dai costrutti attraverso cui un individuo si rappresenta pubblicamente e interiormente, si assiste spesso a un ripiegamento su se stessi, dove è il corpo questa volta, a raccontare disordine, disorientamento, paure, angosce e insicurezza (Faccio 2007). Gli esorcismi, in questo caso, passano attraverso il culto di un estetismo della virilità erculea ed eroica, o attraverso la modificazione espulsiva dei caratterisessuali secondari femminilizzandosi quanto più possibile, oppure nello sperimentare una sessualità compulsiva ed estrema, dove l’imperativo ad essere riconosciuti nell’esibizione erotizzata di sé, diventa anche un’attribuzione di identità, una certezza di esistere.

In questo nostro lavoro, dopo aver presentato una breve riflessione epistemologica, indicando la metodologia utilizzata, andremo ad illustrare la costruzione sociale della mascolinità per poi affrontare nello specifico una riflessione sul corpo e l’identità maschile. A tale scopo, a chiusura del capitolo, abbiano ritenuto utile utilizzare delle storie cliniche che potessero meglio narrare quanto da noi sostenuto.

2. Problemi teorici e scelte metodologiche

Lo studio di uno psicoterapeuta, oltre ad essere un mini laboratorio sociale, può essere considerato un piccolo osservatorio sul «disagio di una civiltà». Le psicologie cliniche e le psicoterapie, infatti, essendo orientate ad intervenire sulle manifestazioni del malessere umano, riescono a catturare, e a volte con largo anticipo, le diverse e più recenti configurazioni disfunzionali che caratterizzano il disadattamento e le difficoltà di uomini e donne in una data epoca storica, culturale e sociale (Cushman 1995; Inghilleri e Fasola 2005). Tuttavia, questa possibilità lascia anche spazio a non poche difficoltà di natura epistemologica e metodologica nell’organizzare una sistematizzazione dei dati ricavati nel lavoro clinico, sia nell’adattarsi ai parametri di osservabilità prescritti dalla scienza classica sia rispetto all’impossibilità di ridurre i complessi oggetti qualitativi entro confini che definiscono l’indagine sperimentale (Di Maria e Giannone 1998). La rigida e rassicurante semplicità della tradizione positivo-naturalistica è entrata in grave crisi negli ultimi trent’anni (Goodman 1978), producendo importanti riflessioni sui criteri di scientificità che essa prescriveva e generando al contempo diversi cambiamenti all’interno delle discipline psicologiche e nell’ambito delle psicoterapie (Salvini 1998). Ciò ha favorito all’interno della riflessione psicologica di questi ultimi anni, l’esigenza di valorizzare la dimensione teorico-costruttiva dell’attività conoscitiva rispetto alla sua dimensione osservativo-fattuale. Ogni atto conoscitivo allora, è un atto teorico che si muove all’interno di un sistema di assunti non empirico-fattuali, bensì simbolico-concettuali (Goodman 1978).

Porre il problema del significato come centrale per la ricerca e l’analisi psicologica, così come per la ricerca storica, sociologica e antropologica (Geertz 1973; Rosaldo 1984), significa privilegiare lo studio del linguaggio, del discorso, dell’argomentazione, delle narrazioni come fonti di sviluppo e costruzione di significati condivisi.

Coerentemente con il modello costruttivo-interazionista da noi assunto, proprio dalle narrazioni dei nostri pazienti abbiamo organizzato il materiale del prossimi paragrafi, presentando il più classico dei metodi di ricerca della psicologia clinica: lo studio dei casi (Davidson-Neale1974). Abbiamo utilizzato, con le persone venute in psicoterapia da noi, strumenti di indagine assimilabili a una tradizione di tipo fenomenologico[2], come l’autobiografia, i colloqui clinici, le autocaratterizzazioni, le griglie di repertorio, al fine di cogliere il più possibile la natura mormorante a sé stessa delle loro narrazioni, piuttosto che invitarli a rispondere alle nostre domande o a scivolare nella tentazione di incasellarli in categorie diagnostiche professionali. Senza entrare troppo nei dettagli, diamo una breve descrizione degli strumenti da noi utilizzati.

a) Autobiografia e narrazione: con il termine autobiografia si è inteso un account retrospettivo e individuale formulato in un dato momento della propria vita (De Waele-Harré 1979). Per Bruner (1983), l’autobiografia risulta essere lo strumento privilegiato per lo studio del Sé: i resoconti autobiografici sono espressione della funzione ermeneutica del pensiero narrativo applicata al mondo interiore. In più non riportano solo la storia di un Sé che continuamente si modifica e si ricostruisce, ma permettono di osservare quanto di culturale ci sia in tale ricostruzione, ovvero come il raccontare se stessi avvenga in relazione alla propria cultura di riferimento[3].

b)Autocaratterizzazione:proposto all’interno della psicologia dei Costrutti Personali da Kelly (1955) come strumento di indagine privilegiata del sistema di costrutti di una persona; indaga i significati e i criteri con cui una persona struttura e dà forma al suo mondo. Una classica consegna è la seguente: «Vorrei che Lei si descrivesse brevemente, in generale. Scriva questo breve bozzetto come potrebbe scriverlo un amico che fosse molto benevolo con Lei e che la conoscesse molto intimamente, forse meglio di chiunque l’abbia realmente conosciuta. Si ricordi di scriverlo in terza persona; per esempio cominci pure dicendo tizio è… o conosco tizio….»[4].

c)Griglie di repertorio:lo strumento delle griglie di repertorio (Kelly 1955) ha la finalità di far emergere la rete di costrutti personali dell’individuo e di analizzarne la struttura e le relazioni con diversi ruoli significativi per lui[5] consentendo al clinico di calcolare correlazioni e significatività statistiche sui dati emersi (Gasparini 1994).

d) Colloquio clinico:in termini generali, possiamo definire il colloquio clinico come una tecnica di osservazione e di studio del comportamento umano orientato essenzialmente alla raccolta di informazioni, le cui funzioni possono tuttavia variare sulla base degli obiettivi che il clinico ha concordato con l’interlocutore e sulla base del modello teorico assunto[6]. Secondo il modello costruttivo-interazionista, il colloquio clinico implica, da parte dello psicologo, innanzitutto la capacità di assunzione del ruolo altrui. È questa la capacità che ci permette di sussumere e dare un senso alle parole e alle azioni dell’altro, di ricostruirne le intenzioni ed il significato. In tale modello, il primo obiettivo da raggiungere è quello di imparare a parlare il linguaggio e adottare la retorica utilizzata dal proprio interlocutore, ricostruirne gli schemi cognitivi, i sistemi di regole e di significati inerenti ai ruoli psicologici disadattanti entro cui è imprigionato.

3. La costruzione sociale della mascolinità contemporanea: sociogenesi di un disagio

La dimensione storica e culturale che sovrasta e costruisce l’identità maschile, le sue rappresentazioni, i ruoli ed i correlati psicologici, è soggetta a mutamenti molto più lenti di quelli sociali, che invece obbediscono alle accelerazioni ed ai più rapidi cambiamenti politico-economici, tecnico-scientifici e di costume. Questa diversa velocità di cambiamento mette a disposizione degli uomini un materiale semantico spesso incoerente e contraddittorio a cui attingere nella produzione dei propri costrutti biografici, dando così luogo a processi di costruzione identitaria conflittuali e fragili.

Se per le donne favorire e promuovere la spinta emancipativa e sociale, riconfigurando i significati attribuiti alla femminilità, ha implicato un percorso di liberazione e di riscoperta dei valori antiautoritari (Bookchin, 1982), al contrario per gli uomini questo ha comportato una perdita della visione patricentrica, autoritaria, e dei suoi modelli. La storia del maschile e dei suoi significati è infatti legata a quella del dominio e della gerarchia, tanto da coagularsi in una simbologia dove costrutti relativi al potere e mascolinità spesso si confondono. Gli uomini diventano i guardiani della comunità non in base ad un’usurpazione, ma perché meglio forniti di quella forza fisica e muscolare idonea a difendere la propria comunità da pericoli naturali, così come da predoni ostili (Bookchin, 1989). Infatti, non solo la caccia, ma anche la difesa e più tardi la guerra entrano a far parte delle attribuzioni maschili nella divisione sessuale del lavoro. Il maschio, nelle comunità dedite alla caccia, è uno specialista della violenza rispetto alla donna. Fin dai primissimi giorni dell’infanzia, egli si identifica con aree di significato attribuite al maschile, quali il coraggio, la forza, l’autoaffermazione, la decisione e l’atletismo; tutti costrutti sovraordinati e necessari al benessere della comunità. La comunità, a sua volta premierà il maschio per questi atteggiamenti, concorrendo così a promuoverli e a validarli. Similmente, la femmina è una specialista nell’allevare i bambini e nel raccogliere il cibo. Le sue responsabilità si focalizzano sull’educazione e sul sostentamento. Sin dall’infanzia apprenderà ad identificarsi in aree di significato attribuite al femminile,come il prendersi cura degli altri, la tenerezza e le verranno insegnate occupazioni relativamente sedentarie.

La riflessione degli esseri umani non ha che potuto dirigersi su quanto era loro dato di osservare più da vicino, cioè il corpo e l’ambiente in cui il corpo è immerso. Il corpo umano, luogo di osservazioni costanti, presenta un tratto notevole: la differenza sessuale e il differente ruolo dei sessi nella riproduzione. Su questo aspetto si fonda un’opposizione concettuale essenziale: quella che oppone l’identico al differente, uno di quei themata arcaici che si ritrovano in tutto il pensiero scientifico, antico e moderno, e in tutti i sistemi di rappresentazione. Le categorie di genere, le rappresentazioni della persona sessuata, la ripartizione dei compiti che conosciamo nelle società occidentali, non sono fenomeni a valore universale generati da una natura biologica comune, bensì costruzioni culturali. Infatti, con uno stesso alfabeto simbolico, ancorato a questa natura biologica comune, ogni società elabora frasi culturali particolari e che le sono proprie (Héritier 1996).

Non vi è una ragione intrinseca per cui una comunità patricentrica, solo perché ha un orientamento maschile, debba essere gerarchica, o debba ridurre le donne in posizione sottomessa. Senza il sostegno della complementarietà dei due generi la comunità si disintegrerebbe. Nel trasferire i nostri atteggiamenti e significati sulle società preletterate, non riusciamo spesso a renderci conto di quanto lontana sia una comunità arcaica da una moderna società politica. Finché la crescente sfera civile rimane un’estensione pragmatica del ruolo maschile nella divisione del lavoro, è solo questo e niente altro. Anche quando la sfera civile si espanderà, essa sarà ancora radicata nella vita domestica ed a questa intimamente interconnessa. Da qui il potere sacrale, orizzontale anziché verticistico, che circonda la donna nelle società primordiali. Solo quando la vita sociale viene sottoposta ad una differenziazione gerarchica ed emerge come spazio separato che va organizzato in proprio, troviamo conflitto tra sfera domestica e civile; un conflitto che introduce la gerarchia anche nella vita domestica e che sfocia non solo nella sottomissione della donna, ma anche nella sua squalifica. Allora, quegli aspetti più propriamente femminili, che la società arcaica valuta come un bene prezioso per la sopravvivenza, vengono degradati a tratti della subordinazione sociale. La capacità femminile di prendersi cura degli altri viene degradata a rinunzia, la sua tenerezza a obbedienza. Anche gli aspetti maschili propri all’uomo subiscono una trasformazione. Il suo coraggio diventa aggressività, la sua forza viene usata per dominare, la sua autoaffermazione si trasforma in egoismo, la sua determinazione in ragione repressiva, il suo atletismo è sempre più diretto alle arti della guerra e del saccheggio(Bookchin 1982).  È all’interno di una tale arcaica narrazione che il maschile va ad attingere le matrici generative di significato con cui continua a costruire storicamente la propria identità tradizionale. Identità che ancora gode di ottima salute all’interno delle società occidentali, in quanto estremamente funzionale all’assolvimento delle richieste sempre più competitive dei mercati globalizzati e al mantenimento dei principi di autorità e gerarchici di cui il nostro mondo ancora ha bisogno per legittimare il suo ordine. Se per un verso le società occidentali favoriscono il permanere di modelli maschili tradizionali, d’altro canto ne prescrivono contemporaneamente la sua decostruzione innestando un vero e proprio gioco perverso di comunicazioni paradossali, di doppi legami e incongruenze, che rende vittime entrambi i generi, messi nella condizione di imprigionarsi l’uno con l’altro, in un muto vincolo di controllo reciproco e eteroregolazione. Se favorisce la spinta emancipativa delle donne, la società lo fa in funzione di porre una sorta di contenimento agli aspetti della mascolinità che desidera espellere dalle proprie entità istituzionali. Limita così ciò che essa stessa concorre a creare e che a sua volta utilizza per disinnescare le istanze libertarie presenti nella critica radicale all’ordine e all’autorità patriarcale, che la liberazione femminile porta in dote. Tutto questo avviene attraverso un’astrazione dei modelli di mascolinità e femminilità che diventano in tal modo copioni di ruolo funzionali al mantenimento dell’ordine costituito, anziché mansionari legati semplicemente al genere di appartenenza. Il risultato è il paradossale invito che chiede agli uomini di rendersi più simili al genere femminilee alle donne di rendersi più simili al maschile, ricercando un’androginia psicologica funzionale al consumo delle merci e ai ritmi produttivi delle medesime. E’ nelle prime fasi della rivoluzione industriale che compaiono in modo evidente tali richieste contraddittorie. Le mutazioni del luogo di lavoro, dalla fattoria rurale o dalla corporazione medievale alla fabbrica urbanizzata e industrializzata e all’ufficio, favorirono il processo di secolarizzazione che pose in maniera sempre più irrinunciabile le richieste di emancipazione da parte del femminile, generando di fatto nella controparte maschile la necessità, non solo psicologica, di riassegnare legittimazione all’autorità del proprio ruolo. La messa in discussione del modello patriarcale, che finora aveva governato e dato significato alle relazioni fra generi nei processi di costruzione e mantenimento di realtà consensuali, obbligava uomini e donne a rinegoziare quelle regole sociali che avevano costituito le certezze del mondo da loro finora abitato. Pertanto, il controllo sociale si preoccupò di riequilibrare e di ridefinire le tendenze che si ponevano come potenzialmente devianti dal corso di norme implicite o esplicite prescritte dal momento storico. Non è forse un caso, che uno dei luoghi in cui inizia a funzionare una forma di controllo sociale, diventa lo studio dello psicoanalista (Dal Lago 2000). (…)

Brilliant Trees

Brilliant Trees

When you come to me
I’ll question myself again
Is this grip on life still my own

When every step I take
Leads me so far away
Every thought should bring me closer home

And there you stand
Making my life possible
Raise my hands up to heaven
But only you could know

My whole world stands in front of me
By the look in your eyes
By the look in your eyes
My whole life stretches in front of me
Reaching up like a flower
Leading my life back to the soil

Every plan I’ve made’s
Lost in the scheme of things
Within each lesson lies the price to learn

A reason to believe
Divorces itself from me
Every hope I hold lies in my arms

And there you stand
Making my life possible
Raise my hands up to heaven
But only you could know

My whole world stands in front of me
By the look in your eyes
By the look in your eyes
My whole life stretches in front of me
Reaching up like a flower
Leading my life back to the soil

Rinascita di un romantico dandy inglese con la passione dell’arte e dell’oriente
Negli anni 80 le classifiche mondiali erano pervase dal synth pop, da gruppi dal look
glamour, occhi pittati e da quella tendenza del pop inglese che venne battezzata dalla
critica specializzata come fenomeno “New Romantic”.
I Japan di David Sylvian dettavano stile e veicolavano tendenze (andate a chiedere ai vari Simon Le Bon o Tony Hadley dell’epoca..). Sylvian comunque puntualizzò ben presto la sua distanza dai NewRomantic affermando: “non mi piace essere associato a loro, i nostri atteggiamenti e la nostra musica è molto diversa” e del resto con i Japan in cinque anni pubblicò sei album che si distinsero per una musica decisamente più ricercata, colta e raffinata rispetto alla media dei nuovi gruppi inglesi da classifica, vedi appunto Spandau o Duran Duran.
Nel 1982 i Japan sono ormai definitivamente diventati di uno dei progetti più interessanti
dopo la scena post punk inglese e del variegato universo della new wave che
s’impose tra la fine degli anni ’70; assieme a band e musicisti come Ultravox, Talking Heads, Police o Joe Jackson, vengono ormai connotati come i fenomeni più creativi e originali della scena musicale inglese degli ultimi 35 anni.
Ed è proprio lì, all’apice del momento più bello, del successo e delle vendite discografiche, che nel freddo dicembre del 1982, terminato un memorabile tour mondiale, Sylvian scioglie improvvisamente il gruppo. Espresse la necessità di scrollarsi di dosso vincolanti manierismi ed etichette modaiole, manifestando un’insofferenza crescente per i fastidiosi vincoli dell’immagine ‘glam-pop’ e per le opprimenti regole del mercato. Fatto sta che dal giorno alla notte la meravigliosa e ben oliata macchina musicale dei Japan si ferma.
Sylvian sembra scomparire dalle scena, si allontana da giornali, televisioni e dai riflettori dello show business e si rifugia nell’esplorazione dell’arte più sperimentale e lontana dai facili compromessi, decide di farsi aiutare proseguendo un lungo percorso di
psicoterapia (la biografia parla di un’infanzia infelice e delle insicurezze che spesso ci si trascina dietro..). Era per lui arrivato semplicemente il momento di lavorare su di sé, di rischiare e di mettersi in gioco in proprio.
Sylvian decide così di sperimentare nuovi orizzonti musicali più coraggiosi e meno legati al mercato di massa, decide di ampliare i propri spazi compositivi e collaborativi cercando subito musicisti di altre estrazioni e con linguaggi decisamente diversi.
Per nostra fortuna, l’inverno a cavallo tra il 1983 e il 1984 questa metamorfosi vede
nascere un vero e proprio capolavoro. Di colpo, il lutto per la fine dei Japan lascia spazio alla sorpresa e allo stupore per una meravigliosa rinascita. Ironia della sorte, in quei mesi lo studio di registrazione a Londra non è completamente a disposizione, Sylvian si sposta allora a Berlino che diventa il luogo del delitto perfetto per il concepimento artistico e lo sviluppo di uno dei dischi di esordio sicuramente più belli e sorprendenti di sempre.
Sylvian porta con sé a Berlino un gruppo ‘trasversale’ di musicisti di altissimo livello: la tromba postmoderna di Jon Hassell da Menphis, il mago tedesco del krautrock nonché mentore dei Can Holger Czukay, il sensibile jazzista canadese Kenny Wheeler e  sua maestà Ryuichi Sakamoto, sodalizio al quale Sylvian in quegli anni deve molto (vedi Bamboo Houses e Forbidden Colors). Tiene con sé due elementi della sua ex formazione, il fido fratello batterista Steve e l’amico di sempre Richard Barbieri e chiama due bei nomi del funk d’oltreoceano quali Wayne Braithwaite e Ronny Drayton, ai quali si aggiungono Steve Nye ai sintetizzatori, Phil Palmer alle chitarre, Danny Thompson al contrabbasso e Mark Isham alla tromba. Nel disco David Sylvian si ‘accontenta’ poi di suonare solamente la chitarra, il pianoforte, i sintetizzatori e le percussioni.
Da questa apparentemente bizzarra e trasversale alchimia nasce “Brilliant Trees”, che si rivela un disco a tratti onirico, introspettivo, una sorta di viaggio trascendente che attraverso una struttura apparentemente minimale esplora i lati più avventurosi della canzone d’autore con una creatività, una delicatezza e una sperimentazione davvero inattesi. E’ un lavoro esteticamente molto ben curato, di un’eleganza assolutamente particolare, che affonda le sue radici in un collettivo musicale che spazia da echi di Brian Eno al jazz, dall’azzardo sperimentale all’accenno funk con fugace e amorevole strizzata di occhi alle cadenze dei vecchi Japan. Sylvian all’anagrafe ha solamente 25 anni ma sfoggia già classe e maturità compositiva invidiabili; la cura e la scelta dei suoni e delle composizioni (in teoria apparentemente distanti fra loro), si amalgamano sorprendentemente bene grazie alla perfezione degli arrangiamenti ed al tocco squisito e creativo di ognuno dei musicisti coinvolti.
Sylvian riesce a mettere da subito fuori gioco tutti quelli che vorrebbero cercare un qualche confronto o paragone con quella che era stata l’esperienza artistica e la cifra stilistica dei Japan. A partire dalla leggerezza elegante e sobria in copertina, il David immortalato in
bianco e nero da Yuka Fuji, è di colpo molto lontano dall’immagine glamour e patinata
che lo precede, e ciò riesce a far sembrare già andati i tempi dei Japan.
Brilliant Trees ti conquista al primo ascolto, e’ un disco che prima ancora che con i testi, ti rapisce con la cornice sonora, ognuno di noi viene colpito da qualcosa di particolare, ci sono essenze jazz e visionarie, profumi di world music, musica sperimentale ed ambient raffinata. Musicisti affiatati che non sbagliano nulla e che Sylvian dirige con una sorta di mantra creativo che diverrà matrice generativa per un sacco di materiale interessante negli anni a seguire.
David Sylvian è riuscito a far rinascere un nuovo sé stesso con una maturità già da capolavoro, con un vinile prezioso che ancor oggi, a distanza di trent’anni suona attuale ed emozionante per come brilla di luce propria ed inimitabile. E dico vinile non a caso, perché, almeno la prima stampa, suona decisamente meglio in vinile (la recente ristampa da 180g, credo rimasterizzata, invece non l’ho ancora ascoltata).

PS. In vita mia non sono mai riuscito a fermarmi ai soli 10 dischi da portare nell’isola deserta, ma questo è per certo un album da avere, anche se non siete dei sopravvissuti o dei nostalgici delle piste degli anni ’80. Oltre alla bellezza musicale e artistica intrinseca, è un disco capace di ricordarci con intelligenza, ma anche con una certa dose di introspettiva delicatezza poetica, quanto nella vita sia importante il saper chiudere cose anche importanti, per poter e saper rinascere migliori..

Brilliant Trees (Trad.)

Quando ti avvicini a me
M’interrogo una volta di più
Questa stretta alla vita è ancora la mia?
Quando ogni passo che faccio
Mi conduce così lontano
Ogni pensiero dovrebbe portarmi più vicino a casa
 
E tu sei là
Tu rendi possibile la mia esistenza
Levo le mie mani al cielo
Ma solo tu potresti davvero sapere
 
Tutto il mio mondo, eccolo di fronte
Con lo sguardo nei tuoi occhi
Tutta la mia vita mi si allunga davanti
Si estende come un fiore
Riconduce la mia esistenza alla terra
 
Ogni progetto che ho accarezzato
Si è smarrito nell’ordine delle cose
Dentro ogni lezione si cela il prezzo per apprendere
Una ragione per credere
Si allontana da me
Ogni speranza che nutro giace tra le mie braccia